Ci sono fotografie che documentano un luogo e fotografie che ci insegnano a guardarlo. Il lavoro di Gianni Berengo Gardin appartiene alla seconda categoria. A poco più di un anno dalla scomparsa del fotografo, il Mart di Rovereto propone una rilettura della sua opera che si allontana dall’immagine tradizionale del maestro del reportage per concentrarsi su un tema che attraversa tutta la sua produzione: il rapporto tra architettura, paesaggio e vita quotidiana.
La mostra, curata da Micol Forti, Gabriele Lorenzoni e Alessandra Mauro, in collaborazione con Contrasto, raccoglie centoventi fotografie realizzate dagli anni Cinquanta fino al 2013. Non un’antologia monumentale, ma una selezione che restituisce il filo conduttore di un’intera carriera: il modo in cui gli spazi costruiti dialogano con le persone che li abitano.
Le immagini di Berengo Gardin non celebrano l’architettura come oggetto estetico. Al contrario, ne mostrano la dimensione più concreta e umana. Le case, le piazze, i quartieri, i cantieri e le periferie diventano luoghi attraversati da gesti quotidiani, da presenze silenziose e da equilibri spesso invisibili. La fotografia, in questo senso, non descrive soltanto, ma rivela.
Il percorso espositivo attraversa decenni di trasformazioni urbane e sociali. Dagli anni del boom economico alle grandi infrastrutture, dalle città storiche ai nuovi insediamenti, Berengo Gardin osserva l’Italia con uno sguardo insieme rigoroso e profondamente partecipe. La sua fotografia registra la realtà senza rinunciare a interpretarla, costruendo immagini in cui la composizione non è mai fine a se stessa, ma diventa una forma di pensiero.
Quello che colpisce, in queste fotografie, è la capacità di costruire lo spazio attraverso l’inquadratura. Berengo Gardin sembra avere sempre chiaro il punto da cui guardare e il momento in cui scattare, come se ogni elemento dovesse trovare il proprio posto in un equilibrio fragile e necessario. Gli edifici emergono dalle linee della città, le persone attraversano l’immagine come parte integrante della scena, la luce definisce volumi e profondità.
L’architettura, però, non è mai il vero soggetto. È piuttosto lo spazio in cui la vita accade. Le persone non sono comparse decorative, ma figure che danno senso all’inquadratura: un passante che interrompe una prospettiva, un bambino che gioca in una strada, una famiglia affacciata alla finestra. Ogni presenza umana diventa una misura dello spazio e del tempo.
In alcune fotografie, l’architettura appare monumentale; in altre, quasi periferica. Sempre, però, conserva una funzione civile. Le immagini non separano mai del tutto la forma dalla funzione, l’edificio dal suo contesto, la città dalle relazioni sociali che la animano. È probabilmente questo il tratto più moderno del suo lavoro: la capacità di mostrare come l’architettura non sia soltanto costruzione, ma esperienza condivisa.
La mostra del Mart restituisce così un fotografo che ha attraversato l’Italia con uno sguardo lucido e profondamente umano. Le sue fotografie non raccontano soltanto il paese che abbiamo abitato; ci invitano a interrogarci sul modo in cui continuiamo ad abitare lo spazio, la città e il paesaggio. Perché, in fondo, guardare un luogo significa anche decidere che cosa vogliamo ancora vedere.
Gianni Berengo Gardin. Architetture, paesaggi, persone
Mart, Rovereto
Dal 24 ottobre 2026 al 14 febbraio 2027