Il Teatro Regio di Torino apre la stagione 2026/27 con un nuovo allestimento di Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni e Pagliacci di Ruggiero Leoncavallo. Le due opere andranno in scena, in abbinamento, da domenica 18 ottobre in doppio cast.

Per l’apertura della nuova stagione il Regio ha voluto un mini festival che unisse i due spettacoli sotto un unico segno. Il direttore musicale Andrea Battistoni ha da sempre un occhio di riguardo per la musica della giovane scuola, da qui nasce l’idea di un ciclo “Verismo” che prende il volo con le due opere di Mascagni e Leoncavallo.

Le due opere vengono affrontate come due momenti di un unico lavoro, non tanto per inventarsi un nuovo titolo unico quanto per dare un’unità di lettura, per cui il progetto di regia è costruito su un unico impianto scenico, una grande piattaforma che si apre e si chiude, che viene evocata e ripresa nei costumi e che diventa elemento di dialogo tra i due spettacoli. Due titoli che, in fondo, non sono mai stati lontani l’uno dall’altro, uniti da una comune vena verista, dall’ambientazione in un mondo piccolo e popolare, da una musica di forte impatto emotivo e descrittivo, da un’orchestrazione ricca e variegata, dal tema comune del tradimento e soprattutto dalla fusione tra vita e teatro.

Il cast

Il cast delle due opere è di altissimo livello. Per Cavalleria rusticana nei ruoli principali troviamo Maria Teresa Leva nel ruolo di Santuzza, Amadi Lagha in quello di Turiddu, Simone Piazzola nei panni di Alfio, Agostina Smimero in quelli di Lucia, Veta Pilipenko in quelli di Lola e Daniela Valdenassi come Una voce. Per Pagliacci invece Carolina López-Moreno interpreta Nedda, Carlo Ventre Canio, Fabián Veloz Tonio, Matteo Falcier Peppe, Rodion Pogossonov Silvio, Mattia Comandone il Primo contadino e Luigi Della Monica il Secondo contadino. Gea Garatti Ansini dirige il coro e Claudio Fenoglio il coro di voci bianche.

La regia

La regia di Menghini e Micheli, con scene di Davide Signorini, costumi di Nika Campisi e Giada Masi e luci di Gianni Bertoli, lavora in stretta sinergia con le musiche e le voci, puntando a creare un’esperienza emozionale e visiva più che narrativa. L’idea di fondo è quella di evocare i temi delle opere – le tradizioni del sud Italia per Cavalleria rusticana, il teatro del teatro per Pagliacci – senza cadere nel didascalico, ma puntando su immagini forti e simboliche: la processione, il circo, la fusione tra vita e rappresentazione.

Cavalleria rusticana

Cavalleria rusticana viene riletta in chiave simbolista, con una scena dominata da una grande piattaforma che richiama tanto il paese quanto il palcoscenico, e che si apre, si chiude, si inclina e si trasforma in dialogo con la musica. I costumi richiamano le suggestioni della tradizione siciliana ma con un linguaggio stilizzato e contemporaneo, mentre la regia punta a costruire quadri scenici di forte impatto visivo, con una coralità che richiama le sacre rappresentazioni e una ricchezza di dettagli e riferimenti che arricchiscono la narrazione. L’idea di fondo è quella di evocare un mondo mediterraneo e arcaico, in cui la violenza e la passione si intrecciano in un rito collettivo.

Pagliacci

Per Pagliacci il punto di partenza è la stessa piattaforma, che viene però trasformata in una struttura più articolata e dinamica: una sorta di palcoscenico dentro il palcoscenico, con scale, passerelle, quinte mobili e sipari che si aprono e si chiudono. Il risultato è uno spazio scenico che richiama il mondo del circo e del teatro popolare, ma con un linguaggio fortemente stilizzato e simbolico. I costumi riprendono questa atmosfera trasformando i personaggi in figure quasi archetipiche: il clown, la zingara, l’amante, il servo, il contadino.

La direzione musicale

La direzione di Andrea Battistoni dimostra tutto lo studio e l’amore per questa musica. La scelta di un’impostazione simbolista e visiva, che punta su immagini forti e su una fusione tra suono, luce e movimento, si adatta perfettamente al linguaggio musicale di Battistoni, capace di valorizzare tanto la potenza orchestrale quanto la delicatezza delle sfumature timbriche.

In sintesi

Questa nuova produzione del dittico verista si presenta quindi come un progetto unitario, che punta a rileggere due capolavori della giovane scuola italiana con uno sguardo contemporaneo. Un’opera che parla di tradizione e innovazione, di rito e di teatro, di un’Italia che cambia ma che mantiene una forte unità mediterranea.

Fonti