Il Teatro Brancaccio di Roma accoglie, dal 30 ottobre, Il Principe d’Egitto – Il Musical, produzione Broadway Italia con musiche e liriche di Stephen Schwartz e libretto di Philip LaZebnik, tratto dall’omonimo film DreamWorks del 1998. La regia e le scenografie sono affidate a Federico Bellone, la supervisione musicale a Giovanni Maria Lori, le coreografie a Marta Melchiorre, i costumi a Elena Cicorella, il disegno luci a Valerio Tiberi, il disegno fonico a Poti Martin e le illusioni e gli effetti speciali a Paolo Carta.
A guidare il cast troviamo Riccardo Maccaferri nel ruolo di Mosè, Lorenzo Tognocchi in quello di Ramses e Giulia Sol nei panni di Tzipporah. Completano il quadro artistico Gipeto nelle vesti di Seti e Jethro, Michelle Perera nei ruoli di Yocheved e Miriam, Daniela Pobega come Tuya, Matilde Guidotti nei panni di Nefertari, Fabrizio Corucci nel ruolo di Hotep e Renato Tognocchi in quello di Aronne.
La proposta italiana affronta un testo che, sin dalla nascita cinematografica, ha posto questioni di drammaturgia e rappresentazione visiva. La storia di due fratelli cresciuti insieme e destinati a responsabilità inconciliabili – liberare un popolo, da una parte, e difendere un potere ereditato, dall’altra – si sviluppa in un Egitto monumentale, dominato dal palazzo del faraone, con le sabbie e la pietra a costituire la geografia visiva del racconto. Le piaghe, uno dei momenti più complessi da risolvere scenicamente, vengono affidate alla sand art, mentre la fuga degli ebrei attraverso il Mar Rosso rappresenta il culmine tecnico e narrativo dell’allestimento.
La drammaturgia di LaZebnik sceglie la concentrazione narrativa, sacrificando alcuni snodi psicologici a favore dell’avanzamento della vicenda. Il punto più interessante emerge forse nel finale del primo atto, dove il confronto tra Mosè e Dio, portato in scena attraverso un dialogo e un apparato visivo di grande impatto, segna un momento di sospensione che interrompe la linearità del racconto. Qui il testo si concede una pausa riflessiva, mentre altrove procede con rapidità: la scelta di isolare Mosè e Ramses come fulcro emotivo della storia riduce di fatto lo spazio per personaggi secondari, affidando agli interpreti il compito di costruire in pochi minuti una presenza scenica credibile.
La partitura di Schwartz conferma l’intelligenza teatrale del compositore. Alternando scrittura corale e ritmi incalzanti, la musica sostiene costantemente l’azione, ma è nei momenti più raccolti che mostra la propria forza. When You Believe, il brano più noto dell’opera, rappresenta il punto di maggiore capacità comunicativa: una struttura che trasforma progressivamente una speranza privata in affermazione collettiva, conducendo lo spettatore attraverso un crescendo emotivo che culmina nell’arrangiamento finale. Qui la fede cessa di essere un concetto astratto per farsi esperienza condivisa, e la coesione tra scena, orchestra e pubblico raggiunge uno dei suoi vertici.