Il guaio di Pirandello è che ormai gli danno tutti ragione. Anche quando non lo capiscono. La sua battaglia contro il naturalismo è stata vinta, e da tempo; la sua critica dell’illusione teatrale è diventata un luogo comune; persino la sua ossessione per la relatività della verità è stata assimilata fino alla nausea. Nessuno, oggi, sale su un palcoscenico credendo davvero di essere in un salotto borghese, e nessun regista si sente più obbligato a far sparire la quarta parete. Il rischio, dunque, è un altro: trasformare un’opera rivoluzionaria in una reliquia. Guglielmo Ferro ha avuto il merito di evitarlo.

Il suo allestimento di Sei personaggi in cerca d’autore, in scena a Roma dal 20 ottobre 2026 al Teatro Quirino Vittorio Gassman, non cerca di replicare lo scandalo del 1921: sarebbe inutile e perfino grottesco. Il pubblico contemporaneo non si stupisce più davanti a una compagnia interrotta da sei individui che chiedono di essere rappresentati; ha già visto di tutto, dalla distruzione della scena alla cancellazione dell’attore. Ferro lo sa e concentra la sua attenzione altrove: sulla contesa feroce tra coloro che hanno vissuto una storia e coloro che devono rappresentarla.

È qui che il testo di Pirandello conserva tutta la sua forza. I personaggi non chiedono di essere compresi; pretendono di essere vissuti. La loro tragedia non consiste soltanto nell’essere incompiuti, ma nel vedere la propria esperienza continuamente deformata dallo sguardo altrui. Il teatro, invece di restituire la vita, la tradisce inevitabilmente. Ed è proprio questa contraddizione a renderlo indispensabile. Non basta denunciare l’artificio; occorre mostrarne il potere.

Se la regia di Ferro convince, è soprattutto perché restituisce centralità agli interpreti. Cesare Bocci, nel ruolo del Padre, possiede quella rara intelligenza scenica che permette a un attore di dominare la parola senza diventarne prigioniero. Il suo personaggio è ambiguo, manipolatore, disperato; Bocci lo attraversa senza pietà, evitando ogni compiacimento e restituendo alla figura una densità morale che spesso viene sacrificata sull’altare della declamazione. Accanto a lui, Marta Gastini interpreta una Figliastra combattiva e provocatoria, capace di imprimere alla scena un’energia quasi fisica, pur risultando talvolta monocorde nelle sfumature emotive.

La sorpresa più intensa arriva però da Melania Giglio. La sua Madre è un esempio luminoso di come si possa trasformare un ruolo apparentemente subalterno in un centro drammatico. Giglio costruisce una partitura emotiva di singolare sensibilità, alternando una dolorosa contrazione espressiva a improvvise aperture che illuminano la scena senza soffocarla. La sua presenza non è mai invasiva, ma necessaria. In un’opera dominata dal conflitto verbale, la sua silenziosa disperazione diventa il contrappunto più efficace.

Mario Scaletta, nel ruolo del Capocomico, conferisce una vivacità che rende giustizia a un personaggio spesso ridotto a semplice contraltare dei Sei. Anche gli altri interpreti della compagnia, Filippo Rusconi, Laura Capitani, Nicole Pietrarelli, Laura Rita, Serena Marinelli, Beatrice Coppolino, Alfio Belfiore, Anastasia Bonarrigo, Enrico Spelta, Domenico Sorrentino, Cristina Conigli, Letizia Garaffa, Marta Pappalardo, Giuliana Pizzuti e Umberta Somma, contribuiscono a creare un organismo scenico compatto, nel quale nessun elemento appare superfluo.

Le scene di Fabiana Di Marco e i costumi di Alessandra Benaduce definiscono con precisione un ambiente sospeso tra realtà e artificio, mentre il disegno luci di Sacha Donninelli accompagna la narrazione senza cedere alla tentazione dell’effetto. La produzione del Teatro Quirino Centro di Produzione dimostra che una rilettura rispettosa del classico può essere più audace di molte provocazioni contemporanee.

Alla fine, il vero protagonista dello spettacolo non è Pirandello: è il teatro stesso. Un teatro che non ha bisogno di distruggere le proprie convenzioni per dimostrare la loro fragilità, perché le conosce, le abita e le mette continuamente alla prova. In questo senso, Ferro non commemora Sei personaggi; lo restituisce alla sua natura più autentica: un’opera in cui la verità non viene mai affermata, ma incessantemente contestata.

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